Chi ha ucciso Enrico Mattei?

di Eufemia Riannetti

Enrico Mattei fu assassinato, il suo caso insabbiato, i testimoni messi a tacere. Ma una cosa è certa: l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’ENI e che cadde la sera del 27 ottobre 1962 a Bascapé, alle porte di Milano, fu sabotato.

Era un uomo che dava molto fastidio. La strategia di Mattei era volta a spezzare il monopolio delle “sette sorelle”, non soltanto per il tornaconto del nostro ente petrolifero, ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.
Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartiscono le ricchezze del mondo.

Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ‘90, risulta inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi. Per il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato. Vincenzo Calia giunge vicino alla soluzione del caso e formula l’ipotesi dell’attentato, ma non può provarla. Scrive Calia: “L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”. Calia ha dimostrato che l’esplosione che abbatté il bimotore Morane-Saulnier su cui viaggiavano il presidente dell’ENI, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo. Le prove contenute nelle 208 pagine del fascicolo dimostrano anche che l’inchiesta del 1962, presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi, conclusasi dichiarando l’impossibilità di “accertare la causa” del disastro, fu in realtà un mostruoso insabbiamento.

Finora davanti alla sbarra è finito soltanto un contadino di Bascapé, Mario Ronchi, accusato di “favoreggiamento personale aggravato”. Secondo l’accusa vide l’aereo di Mattei esplodere in volo, rilasciò alcune interviste in questo senso a diversi organi di stampa e alla Rai e poi… si rimangiò tutto. Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti? Il pubblico ministero Calia non riesce ad accertarlo, ma è probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’Eni e negli organi di sicurezza dello Stato. E ancora depistaggi, manipolazioni, soppressioni di prove e di documenti, pressioni che impediscono l’accertamento della verità.
Il 27 luglio 1993 dal “pentito” di mafia Gaetano Iannì giungono dichiarazioni importanti.

Secondo Iannì per l’eliminazione di Mattei ci fu un accordo tra non meglio identificati “americani” e Cosa nostra siciliana. A mettere una bomba sull’aereo di Mattei fuono alcuni uomini della famiglia mafiosa capeggiata da Giuseppe Di Cristina. Anche Tommaso Buscetta rivela che la mafia americana chiese a Cosa nostra il favore di eliminare Enrico Mattei “nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”. In Italia, poi, Mattei era un finanziatore della politica, nemico dei circoli economici e politici legati ai grandi interessi.
La certezza è che il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il più potente manager di stato italiano viene uccisola sera del 27 ottobre 1962 insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano William Mc Hale. Parallelamente all’inchiesta amministrativa condotta dall’Aeronautica Militare, la Procura di Pavia apre un’inchiesta per i reati di omicidio pluriaggravato e disastro aviatorio. L’inchiesta militare si chiude rapidamente, nel marzo 1963, senza avere sostanzialmente accertato la causa dell’incidente; Pavia chiude le indagini penali il 7 febbraio 1966, accogliendo le richieste della procura e pronunciando sentenza “di non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. A ridare fiato alla vicenda sul finire degli anni Settanta sono un libro e un film. Il libro, scritto da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, è intitolato “L’assassinio di Enrico Mattei”. Il film è “Il caso Mattei” di Francesco Rosi.

Contemporaneamente Italo Mattei, fratello di Enrico, chiede che venga istituita una commissione parlamentare di inchiesta. Sono troppi i dubbi sull’incidente e inoltre la scomparsa di Mattei ha fatto comodo a troppe persone, in Italia e all’estero, dal momento che i suoi rapporti con i paesi del terzo mondo produttori di petrolio avevano urtato il cartello petrolifero delle sette sorelle. La riapertura delle indagini viene chiesta anche da una campagna stampa del settimanale “Le ore della settimana” e da una serie di interrogazioni parlamentari. L’interesse attorno alla misteriosa fine del “re del petrolio italiano” riceve nuovo impulso dalle indagini sulla scomparsa del giornalista dell’ “Ora” di Palermo Mauro De Mauro, il 16 settembre 1970. Una delle piste seguita dall’inchiesta sulla fine di De Mauro ipotizza infatti che il giornalista palermitano sia stato sequestrato e ucciso per aver scoperto qualcosa di molto importante circa la morte del presidente dell’E.N.I.: De Mauro aveva infatti ricevuto dal regista Rosi l’incarico di collaborare alla preparazione della sceneggiatura del film “Il caso Mattei”, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi dal presidente dell’E.N.I. in Sicilia.

L’indagine sulla scomparsa di De Mauro si conclude in un nulla di fatto, nonostante la richiesta di ulteriori investigazioni formulata dal GIP di Palermo ancora nel 1991. Il procedimento viene archiviato il 18 agosto 1992: De Mauro non poteva aver scoperto nulla di particolare intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di Pavia aveva ritenuto del tutto accidentale la natura del disastro di Bascapè. Il 20 settembre 1994 il gip di Pavia autorizza la riapertura delle indagini nei confronti di ignoti. La riapertura era stata chiesta dalla procura pavese che, per competenza, aveva ricevuto dalla procura di Caltanisetta l’estratto delle dichiarazioni rese da un pentito di mafia. Il 5 novembre 1997 il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia giunge a questa conclusione: “l’aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Inrneio Bertuzzi, venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”. Di più non si riesce a scoprire e le domande rimangono. Enrico Mattei stava per spezzare la morsa costruita attorno a lui dal cartello petrolifero che escluse l’ENI dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni nei paesi produttori alla pari con le altre compagnie petrolifere. Mattei allora dichiarò guerra al sistema neocoloniale delle concessioni, offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario, il 75% dei profitti contro il 50% finora offerto dalle compagnie, e la qualificazione della forza lavoro locale. Il cartello reagì furiosamente, giungendo a rovesciare governi, come quello libico, che avevano accettato l’offerta e aperto all’ENI prospettive di grandi forniture. Nel 1962, quando si andava prospettando la soluzione della questione algerina, Mattei era riuscito ad aggirare il blocco.

Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Mattei aveva ipotecato un trattamento preferenziale verso l’ENI dal futuro governo. Si pensava allora che l’Algeria possedesse, al confine con la Libia , le più vaste riserve di petrolio inesplorate del mondo. Parallelamente a Mattei si mosse De Gaulle, che decise di riconoscere l’indipendenza algerina. Come contropartita, la compagnia petrolifera francese ottenne gli stessi privilegi dell’ENI. L’ingresso trionfale dell’ENI sul mercato petrolifero era quindi quasi assicurato.
Non solo, l’Executive Intelligence Review, attraverso una ricostruzione minuziosa del caso Mattei, afferma che il presidente dell’Eni, alla fine, era riuscito ad aprire un dialogo con la Casa Bianca , nonostante la stampa internazionale avesse dipinto Mattei come un pericoloso sovversivo anti-americano. Mattei, per l’Eir, era riuscito a far capire alla nuova amministrazione Kennedy che tutto ciò che desiderava era essere trattato alla pari, che egli non ce l’aveva con l’America ma con i metodi coloniali applicati dalle “sette sorelle” del petrolio. L’amministrazione Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon , per concedere all’Eni dei diritti di sfruttamento. L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato il Presidente Usa e ottenuto il conferimento di una laurea honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense.

Alla vigilia di quel viaggio, il 27 ottobre 1962, Mattei fu assassinato. Un anno dopo, fu ucciso Kennedy. In un rapporto confidenziale del Foreign Office del 19 luglio 1962, si leggeva che “il Matteismo” era “potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (…). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica ‘Matteista’ rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”. E quindi Mattei andava eliminato, in un modo o nell’altro.

Fonte: http://www.altrainformazione.it/wp/chi-ha-ucciso-enrico-mattei/ e tratto da www.rinascita.info

Hemp produces viable biodiesel, study finds

By Christine Buckley, University of Connecticut

Industrial hemp, which grows in infertile soils, is attractive as a potential source of sustainable diesel fuel.

Of all the various uses for Cannabis plants, add another, “green” one to the mix.

Researchers at UConn have found that the fiber crop Cannabis sativa, known as industrial hemp, has properties that make it viable and even attractive as a raw material, or feedstock, for producing biodiesel – sustainable diesel fuel made from renewable plant sources.

The plant’s ability to grow in infertile soils also reduces the need to grow it on primary croplands, which can then be reserved for growing food, says Richard Parnas, a professor of chemical, materials, and biomolecular engineering who led the study.

“For sustainable fuels, often it comes down to a question of food versus fuel,” says Parnas, noting that major current biodiesel plants include food crops such as soybeans, olives, peanuts, and rapeseed. “It’s equally important to make fuel from plants that are not food, but also won’t need the high-quality land.”
Industrial hemp is grown across the world, in many parts of Europe and Asia. Fiber from the plant’s stalk is strong, and until the development of synthetic fibers in the 1950s, it was a premier product used worldwide in making rope and clothing.

Today, there are still parts of the world that rely on Cannabis stalks as a primary fiber, mainly because of its ability to grow “like a weed,” without requiring lots of water, fertilizers, or high-grade inputs to flourish. But the seeds, which house the plant’s natural oils, are often discarded. Parnas points out that this apparent waste product could be put to good use by turning it into fuel.

“If someone is already growing hemp,” he says, “they might be able to produce enough fuel to power their whole farm with the oil from the seeds they produce.” The fact that a hemp industry already exists, he continues, means that a hemp biodiesel industry would need little additional investment.

With his graduate student Si-Yu Li and colleagues James Stuart of the Department of Chemistry and Yi Li of the Department of Plant Sciences, Parnas used virgin hemp seed oil to create biodiesel using a standardized process called transesterification. The group then tested the fuel for a suite of characteristics in the Biofuels Testing Laboratory at UConn’s Center for Environmental Science and Engineering.

The hemp biodiesel showed a high efficiency of conversion – 97 percent of the hemp oil was converted to biodiesel – and it passed all the laboratory’s tests, even showing properties that suggest it could be used at lower temperatures than any biodiesel currently on the market.

Although growing hemp is not legal in the U.S., Parnas hopes that the team’s results will help to spur hemp biodiesel production in other parts of the world. UConn holds a patent on a biodiesel reactor system that could be customized to make biodiesel from a range of sustainable inputs, hemp included.
“Our research data could make buying a reactor system with our technology more attractive,” says Parnas. “If we have data for the production of many different feedstocks, we can tailor the system to meet the company’s needs.”

Parnas, Yi Li, and colleagues Steven Suib of the Department of Chemistry, Fred Carstensen of the Department of Economics, and Harrison Yang of the Department of Natural Resources and the Environment are preparing to build a pilot biodiesel production facility using a two-year, $1.8 million grant from the Department of Energy.

The reactor will be capable of producing up to 200,000 gallons of biodiesel per year, and while this production rate is small in comparison to commercial biodiesel reactors, the main use of the facility will be to test new ways to produce biodiesel, including catalysts and feedstocks. Ultimately, the team will perform economic analyses on commercializing their methods.

As for other industries that utilize Cannabis plants, Parnas makes a clear distinction between industrial hemp, which contains less than 1 percent psychoactive chemicals in its flowers, and some of its cousins, which contain up to 22 percent. “This stuff,” he points out, “won’t get you high.”

Source: https://phys.org/news/2010-10-hemp-viable-biodiesel.html

Doc: BioDiesel Production

Fracking, l’ultima diavoleria dei petrolieri per spremere la Terra

La parola fracking è arrivata al grande pubblico da quando il regista americano Josh Fox ha realizzato un documentario sulle estrazioni di “gas non convenzionale” negli USA. Correva l’anno 2009, sebbene il fracking fosse stato inventato nel 1947, poi ottimizzato e diffuso su larga scala a partire dal 1997 nel Barnett Shale in Texas. Il fracking ha poi preso il definitivamente il sopravvento nel 2005 grazie all’amministrazione del duo petrolifero Bush-Cheney che esentò questa pratica dalle leggi di protezione ambientale negli USA, fra cui il Safe Water Drinking Act e che aprì le terre demaniali degli stati centrali degli USA ai petrolieri.

Fracking è una abbreviazione di “hydraulic fracturing” che significa fratturazione idraulica. Queste due parole racchiudono tutto il concetto del fracking: frantumare la roccia usando fluidi saturi di sostanze chimiche ed iniettati nel sottosuolo ad alta pressione. Il fracking è un modo “non convenzionale” per estrarre gas da roccia porosa di origine argillosa detta scisti (shale in inglese), le cui vacuità ospitano in prevalenza metano. Con le tecniche “tradizionali” questo gas non potrebbe essere estratto, visto che il gas è intrappolato in una miriade di pori sotterranei e la classica trivella verticale non arriverebbe ad aprirli tutti.

Con il fracking invece, giunti ad una certa profondità la trivella ed i fluidi di perforazione vengono direzionati orizzontalmente e l’alta pressione innesca una serie di microsismi frantumando la roccia e lasciando sprigionare il gas. Esistono varianti per petrolio, per geotermia e per metano intrappolato in carbone invece che in scisti, detto Coal Bed Methane.

Insomma, questo fracking è l’ultima diavoleria inventata dai petrolieri per spremere dalla pancia della terra più idrocarburi possible.

Credo che molti associno la questione fracking ai terremoti, ed è vero, ma le occorrenze seppure gravi, sono rare. Ci sono invece una moltitudine di altri problemi collegati al fracking e collegati al vivere quotidiano: l’acqua che si beve, l’aria che si respira, il cibo che si mangia.

Intanto, come per quasi tutti le miscele che l’industria petrolifera inietta nel sottosuolo, non è dato sapere esattamente cosa usano. Ci sono proppanti -per aprire e tenere aperte le fessure nel sottosuolo- ci sono acidi, biocidi, stabilizzatori, inibitori di corrosione, surfattanti, inibitori, agenti per aumentare la viscosità.

E di cosa sono fatti? Fra le sostanze possibili presenti nei fluidi da fracking, secondo un rapporto della Camera USA: naftalene, benzene, toluene, xylene, etilbenzene, piombo, diesel, formadelhyde, acido solforico, thiourea, cloruro di benzile, acido nitrilotriacetico, acrylamide, ossido di propilene, ossido di etilene, acetaldehyde, Di (2-ethylhexyl) phtalati. Sono tutti cancerogeni o tossici. Fra le sostanze radioattive invece si elencano vari isotopi di antimonio, cromo, cobalto, iodio, zirconio, potassio, lanthanio, rubidio, scandio, iridio, kripton, zinco, xenon, manganese.

Bastano? Sul link di cui sopra – quello della camera – le miscele note occupano circa 17 pagine.  

Proprio l’altro ieri the Independent di Londra riporta che e’ venuto fuori un misterioso componente usato per fare fracking in Texas che ha causato danni ai reni e al fegato di chi vive vicino a questi pozzi e che per ora non si sa cosa sia. Si sa solo che e’ siglato EXP-F0173-11.

Ogni pozzo da fracking necessita dai 2-4 milioni di galloni di acqua per poter operare, che si traducono in 7-14 milioni di litri di acqua satura di sostanze chimiche. E dove finisce il tutto? Nonostante la propaganda dei petrolieri secondo cui le cementificazioni e le impermeabilizzazioni dei pozzi sono perfetti, nessuna attività dell’uomo è esente dal logorio, dall’uso, da difetti, ed evidente che continuando a pompare miscele inquinanti nel terreno, prima o poi qualcosa deve pure cedere.  E migrare. E arrivare, prima o poi, nei rubinetti delle persone.

Per di più, a volte lo shale del sottosuolo contiene già sostanze radioattive di per conto suo, che madre natura ha nel corso dei millenni separato dal resto, e che stuzzicate dal fracking possono arrivare in superficie.

E cosi, ecco una perfetta inchiesta del New York Times sulle concentrazioni fuori da ogni grazia di Dio di livelli di materiale radioattivo nei pozzi artesiani vicino ai pozzi del fracking in Pennsylvania. In alcuni casi si è arrivati 1500 volte i valori stabiliti per legge.

E non è questo un caso isolato. L’inquinamento delle riserve acquifere in seguito ad interventi di fracking si e’ verificato anche in Texas, Ohio, Pennsylvania, Colorado, Wyoming, dove innumerevoli sono le famiglie che riportano casi di metano nell’acqua dei rubinetti che si infiammano, acqua nei pozzi artesiani color marroncino e puzzolente, assolutamente inutilizzabile e satura di inquinanti. Il risultato è che la gente non ha più acqua potabile in casa – nella nazione più ricca del mondo! – e  ci si ammala. Ci sono anche casi di ruscelli inquinati, morie di animali, mini-geyser di acqua e metano che schizzano anche 30 metri dal suolo a causa delle forti pressioni sotterranee.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Cannabis & sustainable future

In 1941 Henry Ford, an oil magnate and automobile manufacturer, built a prototype vehicle in which the bodywork, interior and even window panes were made of hemp. This car weighed a third less and even the fuel that made it move was made of hemp.
In the 1930s this cannabaceae was an abundant source of raw materials for many sectors of the industry, certainly more sustainable for the environment than today. Italy excelled as the world’s top producer by quality and second by quantity exported.
But there had already been large international lobbying interests opposed to hemp.
With the advent of oil, plastic and paint began to be produced; the multinational Hearst manufactured newspaper from the wood of trees with a process that required large quantities of chemical solvents, supplied by the Du Pont chemical industry. The latter had also patented nylon for the production of stockings and tights and would have suffered much from the competition of the silky and breathable fabric obtained from the processing of hemp fiber.
The Du Pont and the Hearst paper mills then joined forces relying on the government aid of Harry Jacob Aislinger, head of the UN Commission on Narcotics. With a pounding press campaign prolonged for years cannabis, called since then with the name of “marijuana”, was accused of being responsible for all the most heinous crimes reported in the chronicle of the time.
Now that globalization is changing the world, communication and the dissemination of knowledge is much easier. We must not believe in those who cry more but use all the resources we can draw on and through our critical spirit make our lifestyle better and sustainable.
Now that globalization is changing the world, communication and the dissemination of knowledge is much easier. We must not believe in those who cry more but use all the resources we can draw on and through our critical spirit to make our lifestyle better and sustainable.

Nel 1941 Henry Ford, magnate del petrolio e costruttore di automobili, realizzò un prototipo di veicolo in cui la carrozzeria, gli interni e persino i vetri dei finestrini erano fatti di canapa. Quest’auto pesava un terzo di meno e anche il carburante che la faceva muovere era di canapa.
Negli anni ’30 questa cannabacea era fonte abbondante di materie prime per numerosi settori dell’industria, sicuramente più sostenibile per l’ambiente di quella odierna. L’Italia eccelleva in quanto primo produttore mondiale per qualità e secondo per quantità esportata.
Ma si erano già costituiti dei grossi interessi lobbistici internazionali che si contrapponevano alla canapa.
Con l’avvento del petrolio si incominciavano a produrre plastica e vernici; la multinazionale Hearst fabbricava la carta di giornale a partire dal legno degli alberi con un processo che richiedeva grandi quantità di solventi chimici, forniti dalla industria chimica Du Pont. Quest’ultima aveva inoltre brevettato il nylon per la produzione di calze e collant e avrebbe risentito molto della concorrenza del tessuto setoso e traspirante che si ottiene dalla lavorazione della fibra di canapa.
La Du Pont e le cartiere Hearst quindi si coalizzarono contando sull’aiuto governativo di Harry Jacob Aislinger, a capo della Commissione delle Nazioni Unite sui Narcotici. Con una martellante campagna di stampa prolungata per anni la cannabis, chiamata da allora con il nome di “marijuana”, venne accusata di essere responsabile di tutti i delitti più efferati riportati dalla cronaca del tempo. Ora che la globalizzazione sta cambiando il mondo, la comunicazione e la diffusione della conoscenza è molto più facile. Non dobbiamo credere in coloro che gridano di più bensì usare tutte le risorse a cui possiamo attingere e attraverso il nostro spirito critico per rendere il nostro stile di vita migliore e sostenibile.

Hemp Car – Henry Ford 1941

Treehouses, Rooftop Bars, and a Pool: Check Out These 9 Awesome Outdoor Workspaces


World’s Coolest Offices

Treehouses, Rooftop Bars, and a Pool: Check Out These 9 Awesome Outdoor Workspaces

If you’ve ever dreamed of taking your laptop and working from a Wi-Fi-enabled park instead of your desk, these nine offices are for you.

L.L. Bean’s pop-up outdoor working space at the company’s Freeport, Maine, headquarters.
CREDIT: Whitney J. Fox

It’s the middle of the workday, and you’re stuck inside. The sunlight streaming through the window looks so much more inviting than the harsh fluorescent light fixtures overhead. If you could just take your laptop outside, you’d be so much more productive, right? These nine companies agree, which is why they’ve built some particularly cool outdoor workspaces into their offices.

CREDIT: Courtesy Shutterstock

Shutterstock

New York City

Everyone knows what the Empire State Building looks like. Are you familiar with the view from the Empire State Building? Shutterstock employees certainly are. In 2014, the stock photography provider moved into an 85,000-square-foot office in one of the world’s most famous skyscrapers, and made sure to include a rooftop terrace.

CREDIT: Courtesy Microsoft

Microsoft

Redmond, Washington

Microsoft’s most unique meeting spaces are nestled among the fir trees at its headquarters in Washington. Two treehouses and the “Crow’s Nest” offer employees Wi-Fi, power outlets, and a quiet, mini escape from the usual trappings of a corporate office.

CREDIT: Courtesy CodigoDelSur

CodigoDelSur

Montevideo, Uruguay

This mobile app development company’s office is one of Inc.‘s “10 Most Beautiful Offices of 2018” for a reason: It’s a 1920s mansion converted into luxurious workspace. The outdoor space might be just as impressive as its indoor facilities. Forget the sprawling front lawn–there’s a refreshing swimming pool out back for breaks.

CREDIT: Courtesy Amazon

Amazon

Seattle

Amazon’s spheres–which opened in January–are home to treehouse meeting rooms (Amazon’s attempt at one-upping Microsoft?), waterfalls, and more than 40,000 plants that thrive in cool temperatures. Why? An Amazon spokesperson responded to that question with a National Geographic article on “nature-deficit disorder” stating that the more you lose your connection to nature, the less alive you feel.

CREDIT: Courtesy Casper

Casper

New York City

Perhaps it’s not surprising that the company with nap pods built into its office also has a nice rooftop patio. The manicured lawn and accompanying lawn chairs fit the mattress startup’s rest-focused ethos. A snack supply is stationed nearby. And a partial roof cover provides shade–a surprisingly overlooked element of many outdoor workspaces, and useful during Manhattan’s hot summers.

CREDIT: Courtesy Facebook

Facebook

Menlo Park, California

It’s been three years since Facebook opened its Frank Gehry-designed MPK 20 building. Arguably, it’s still the gold standard for outdoor workspaces. What other office has a nine-acre rooftop garden with whiteboards, Wi-Fi, and a half-mile walking loop? The greenery reportedly helps insulate the building, lessening heating and cooling costs.

CREDIT: Courtesy Etsy

Etsy

Brooklyn, New York

Etsy may sell handmade and vintage items, but its rooftop garden feels pretty modern–from the soft yellow lights that emanate from bench undersides to the sleek-looking bar. The office, which opened last year, gives employees a view of the Brooklyn Bridge.

CREDIT: Courtesy Google

Google

Mountain View, California

The Googleplex has a little bit of everything outside: manicured lawns, hanging chairs, art installations, patio furniture, the famed Google bicycles, a T. rex skeleton named Stan, and a large outdoor chess set reminiscent of Harry Potter. The Mountain View campus, which the company opened in 2004 and added to in 2015, is well known at this point. That doesn’t mean it’s not still one of the coolest outdoor workspaces around.

L.L. Bean pop-up co-working office in Boston.CREDIT: Courtesy L.L. Bean

L.L. Bean

Locations vary

L.L. Bean is headquartered in Freeport, Maine–but you could have found its pop-up co-working office traveling through parks across the country all summer. The company launched the free-to-reserve space–which came with Wi-Fi and power outlets–after a company-sponsored survey found that 82 percent of indoor workers support the concept of an outdoor workspace. Upset you missed it? Petition L.L. Bean to do it again in 2019.

World’s Coolest Offices | 1:03
This Company’s Offices—and Its Suit of Armor, Star Wars Theater, and Giant Polar Bear—Are Inside a Gorgeous Victorian Castle
Published on: Sep 4, 2018

How Healthy Is the U.S. Startup Economy? The Inc. Entrepreneurship Index Will Tell You Each Quarter, Based on Over 1 Million Data Points

How One Stylish and Scrappy Startup Designed Its Office in a Single Weekend for $5,000

Why Paying Attention to This Overlooked Office Feature Might Have a Huge Productivity Payoff

The End of The Capital – The Sustainability System

A north-EU study about actual problems of Capitalism.

“Il capitalismo è morto, puntare a sostenibilità”: lo studio scientifico

Lo sostiene un nuovo documento elaborato da un gruppo di scienziati selezionati dall’ONU

5 settembre 2018 – Il capitalismo, così come lo abbiamo conosciuto nel secolo passato, è morto. Ora servono nuove forme economiche direzionate verso la sostenibilità. A sostenerlo in un documento sono gli scienziati della Bios, in Finlandia, un gruppo di studiosi selezionati dalle Nazioni Unite.

Secondo lo studio, la costante crescita economica è stata alimentata per decenni da un’abbondanza di risorse ed energia a basso costo, ma è subentrato un graduale rallentamento della crescita, riferisce Motherboard. Di conseguenza, l’economia avrà bisogno di spostare l’attenzione dal profitto e dalla crescita alla sostenibilità e all’efficienza, che il sistema attuale non favorisce.

Sempre nel resoconto finale del documento, si legge che “Il pensiero capitalista dominante non è più in grado di spiegare, predire o risolvere il modo in cui gira l’economia globale in questa nuova era”.

Uno degli autori, Paavo Järvensivu, spiega che la crisi è duplice: i combustibili fossili stanno diventando sempre più difficili e costosi da estrarre, mentre altre forme di energia non sono state raggiunte. Per la “prima volta nella storia dell’umanità – si legge – le economie capitaliste stanno passando a risorse energetiche meno efficienti. Questo riguarda tutte le forme di energia. Produrre energia da utilizzare per continuare a far muovere le attività più o meno basilari della civilizzazione industriale richiederà molto più sforzo.”

Le energie rinnovabili potrebbero ridurre i costi, ma la tecnologia è ancora agli inizi e dunque non può immediatamente generare gli stessi livelli dei combustibili convenzionali. L’assenza di energia a basso costo farà rallentare la costante crescita economica degli ultimi decenni, mettendo a dura prova i politici che saranno ritenuti responsabili per la perdita di standard di vita.

Per rimediare alla situazione, il team di Järvensivu sostiene che sia indispensabile rendere le città più efficienti, limitare l’aumento del trasporto merci e dei voli e ristrutturare il sistema alimentare in modo tale che venga più prodotto localmente. Allo stesso tempo, le industrie ad alta intensità energetica, come la costruzione, devono passare dall’acciaio e dal cemento a materiali più sostenibili come il legno.

ORIGINAL POST:
“Il capitalismo è morto, puntare a sostenibilità”. Lo studio scientifico